Sul termine pudgala.



Quello che scrivo successivamente è lo stato delle mie conoscenze al
riguardo e al momento.

'Pudgala' non ricorre nella letteratura vedica pre-buddhista, a differenza
di  due termini analoghi quali 'atman' e 'jiva'. E' da precisare che le
scuole pudgalavadin ovvero quelle scuole che misero in campo tale
termine-concetto lo vollero, come spiegherò più avanti, nettamente
differenziare dai due termini vedici.

'Atman' compare per la prima volta nel Rig Veda (I, 115, 1) a siginificare
che il Sole è essenza (atman) di tutte le cose.

'Jiva' compare invece per la prima volta nella Chandogya Upanisad (VI, 3, 1)
dove distingue l'essere nato dal grembo materno dall'essere nato dall'uovo
(andaja).

Nel buddhismo e nello jainismo delle origini  'jiva' stava ad indicare la
coscienza empirica o la struttura biologica (Digha Nikaya, I ,157 e 188).

Nella evoluzione teologica postvedica si distinguono (Bhagavata Purana) la
jivatman (anima, essenza, principio individuale) e paramatman (anima,
essenza, principio cosmico).

Come ho già scritto, intorno al III a.e.v. la comunità buddhista si divise
in stavhira (scuola da cui originano tutte quelle oggi esistenti) e
vatsiputriya sostenitori del 'pudgala' (pudgalavadin). All'inizio della
nostra era anche questa scuola subì delle scissioni: dharmottarya,
bhadrayaniya, sannagarika e sammitiya. Questi ultimi, probabilmente più
importanti, subirono una ulteriore scissione in avantaka e kurukulla.

Tutte queste scuole che intorno al VII sec. rappresentavano almeno 1/4 (se
non di più) dei monaci buddhisti, si riconoscevano proprio nella presenza
all'interno di ciascuno di noi del 'pudgala'.

La parola 'pudgala', in italiano, potrebbe essere tradotta con 'persona' ma
cosa significa questo termine per i loro propugnatori, i pudgalavadin?

Non abbiamo oggi se non quattro trattati di queste scuole conservati tutti
nel Canone cinese:
1. Sanfatulun
2. Si a'amnu chao jie
3. Sanmidibulun
4. Liu ershier mingliaulun

Inoltre conosciamo la loro posizione 'teologica' grazie all'Abhidharmakosa
di Vasubandhu dove questi volle operare una confutazione proprio del
'pudgala'.

In questa opera Vasubandhu riporta la loro argomentazione:

"Non si può dire come coloro che negano il pudgala, che il pudgala sia la
stessa cosa come i corpi e la mente (skandha), e sia solo un nome dato
dall'aggregazione di corpi e pensieri. Ma non si può neanche dire che il
pudgala sia altro dai corpi e dai pensieri. allo stesso modo non si può dire
che il 'pudgala' sia permanente o impermanente".

Ecco come Vasubandhu risponde al monaco di scuola Vatsilputriya che chiede:
"Se l'individuo rappresenta esattamente gli elementi di cui è composto e
null'altro, perché allora il Signore rifiutò di stabilire se l'essere
vivente è identico al corpo o no?
Vasubandhu - Perché egli prese in considerazione l'intenzione di chi poneva
la domanda. Quest'ultimo interrogava sull'esistenza dell'anima in quanto
reale unità vivente, che controlla dall'interno le nostre azioni. Ma poiché
quest'Anima è assolutamente non-esistente, come avrebbe potuto decidere il
Buddha se essa sia diversa o no dal corpo? Immagina uno che chieda: "I peli
della tartaruga sono duri o morbidi?". Questa domanda è già stata analizzata
da maestri molto antichi.
Vatsiputriya - E perché il Signore non dichiarò che essa non esiste?
Vasubandhu - Perché egli prese in considerazione lo stato mentale di chi
poneva la domanda. Quest'ultimo avrebbe potuto intendere che l'essere
vivente (jiva) è identico alla continuità degli elementi di una vita (e che
questa continuità) venisse anch'essa negata. Sarebbe così caduto in una
dottrina errata (la Dottrina del Nichilismo).
Vatsiputriya - Perché allora il Buddha non dichiarò che 'essere vivente' è
un termine convenzionale per un gruppo di elementi in costante mutamento?
Vasubandhu - Perché il suo interlocutore non era in grado di afferrare la
teoria degli elementi. ... Questo (metodo di insegnare in conformità alle
capacità mentali di chi riceve l'insegnamento) può essere visto chiaramente
nelle parole rivolte dal Buddha ad Ananda, dopo che il Buddha aveva risposto
col silenzio a Vatsagotra e quest'ultimo si era allontanato. ... Questo
punto è stato così spiegato da Kumaralabha: "Il Buddha voleva costruire la
sua dottrina riguardante gli elementi dell'esistenza (con la massima
cautela) come una tigre che tiene il piccolo fra i denti (la sua presa non è
troppo forte per non fargli del male; né è troppo debole per non farlo
cadere). Il Buddha vide i mali prodotti dal dente affilato del dogmatico
(credenza nell'eternità) da una parte, e dalla caduta di (ogni
responsabilità per le proprie) azioni dall'altra. Se l'umanità accettasse
l'idea di un'anima esistente, giacerebbe colpita dall'arma affilata del
dogmatismo. Ma se cessasse di credere nell'esistenza di un sé condizionato,
il frutto dei suoi meriti morali perirebbe!". Lo stesso autore procede così:
"Poiché l'essere vivente non esiste, il Signore non dichiarò che esso è
diverso dal corpo. Né egli dichiarò che esso non esiste, temendo che ciò
venisse inteso come negazione del sé empirico".
Vatsiputriya - E perché il Buddha non rispose alle domande sull'Eternità del
mondo, ecc.?.
Vasubandhu - Per lo stesso motivo! Egli prese in considerazione l'intenzione
di chi poneva la domanda. Anzitutto quest'ultimo avrebbe inteso che l'Anima
(Universale) fosse il mondo. Ma allora poiché per il Buddha nessun'anima
(come questa) esiste, qualsiasi risposta come: è eterno, non è eterno, è in
parte eterno e in parte non eterno... sarebbe stata fuori luogo. Se ancora
l'interrogante avesse inteso come Universo l'apparire e lo scomparire di
tutti (i suoi elementi), qualsiasi risposta sarebbe stata fuori luogo. ...
Se è eterno, non vi è speranza di liberazione finale; se è non-eterno, il
processo del mondo si interromperebbe da sé.
Per lo stesso motivo, il Buddha non risolse le quattro domande riguardanti
la fine dell'Universo.
Vatsiputriya - E perché vi fu il rifiuto di rispondere alla domanda sulla
esistenza di un Buddha dopo la morte?
Vasubandhu - Prendendo in considerazione l'intenzione di chi poneva la
domanda, una risposta semplice non sarebbe stata possibile. Nel porre la
domanda, questi supponeva che il termine Buddha denotasse l'anima (assoluta)
liberata da tutti i legami dell'esistenza transitoria. Poiché l'esistenza di
questa anima non veniva ammessa, era impossibile rispondere se essa esiste o
non esiste dopo la morte del corpo."

E' da tenere presente che Vasubandhu quando scrive questa opera (IV sec.) è
un sautrantika quindi un hinayana (di derivazione sarvastivada), egli
affronta questo 'avyakarta' (inesprimibile) la cui confutazione è comune al
Mahayana che tuttavia il Madhyamika allargherà anche alla critica della
interpretazione degli skhanda, dei dathu e degli ayatana, criticando quindi
anche lo svabhava sottinteso nella letteratura hinayana.

Ph. Cornu nel suo Dizionario (pag. 475)  commenta:
"L'esempio cui (i pudgalavadin, nota mia) ricorrevano era quello del fuoco,
del quale non si poteva dire che fosse diverso dal legno che bruciava né
identico a esso.
Le scuole, però, si differenziavano rispetto alla dottrina non buddhista
dell'atman, che sosteneva esistenza di un sé permanente e trascendente, il
quale non prendeva parte attivamente all'esistenza dell'individuo. Aderire
al pudgala, a loro avviso, non costituiva un ostacolo all'ottenimento del
Frutto, la liberazione. Una delle loro istanze principali era il problema
del supporto del karma nel passaggio da una vita all'altra, e i Pudgalavàdin
postulavano, oltre all'esistenza del pudgala che trasmigra, l'esistenza
d'uno stato intermedio (SANS. antarabhava) fra la morte e la rinascita
seguente.
Riassumendo, l'esistenza del pudgala dei personalisti era formulata in base
a tre tipi di designazione:
1. Il pudgala designato dal supporto (SANS. israyaprajnaptapudgala),  ossia
determinato : formazioni karmiche. Come il fuoco non è : identico né diverso
dal combustibile, la persona e la forma (SANS. rùpa) non sono né identiche
né diverse.
2. Il pudgala designato, o comprovato dalla trasmigrazione (SANS.
sarikramaprajnapta-pudgala): il pudgala costituisce il legame di continuità
tra il passato, il presente e il futuro di un essere senziente.
3. Il pudgala designato dalla cessazione (SANS. nirodhaprajnapta pudgala):
la cessazione è l'esaurirsi degli aggregati contaminati ma non
l'annullamento della persona.
Il pudgala dei personalisti si trovava dunque a metà strada fra i fenomeni
composti del samsàra (i fenomeni dei tre tempi) e il fenomeno incomposto del
nirvana.




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