Prima parte: La vita.
1. La formazione
Come la vita terrena del Buddha, così la vita di Sariputra, il primo e il più impor-tante dei suoi discepoli, è costruita sul mo-dello della sua vita precedente. Molte epo-che mitologiche addietro, sotto il Buddha Anomadassi, i due amici Sariputra e Moggallana sono già compagni di gioco. Essi lasciano il mondo e fanno voto di diventare i due principali discepoli di un Buddha futuro. Il Buddha del tempo predice che la cosa si realizzi al tempo del futuro Buddha Gotama. Poco prima dell'ingresso di Gotama nel-l'epoca presente, Sariputra rinasce come figlio della brahmana Rupasari, non lonta-no da Rajagrha, nel villaggio di Nalaka. Lo stesso giorno, in un villaggio vicino e in una famiglia amica da molte generazioni, rinasce anche Kolita come figlio della brahmana Moggalli. In tal modo, il racconto del tempo precedente la nascita sfocia nell'esistenza storica dei due bambini, che è, fin dall'inizio, la storia di una profonda amicizia. Abitualmente noto con il nome di Sariputra ("figlio di Sari"), che gli deriva, nella linea matriarcale, dalla madre, il bambino riceve dal padre il nome di Upatissa ("piccolo Tissa"). "Il mio nome è Upatissa e i miei confratelli mi conoscono come Sariputra". Il nome Tissa, ricorrente fra i di-scepoli buddhisti, indica una costellazione e viene dato al neonato come una specie di oroscopo che lo accompagni per tutta la vita, soprattutto in questo caso in cui si tratta di una costellazione favorevole. Della sua famiglia entrano nell'Ordine anche i fratelli minori Revata, Cunda e Upacala, nonché le sue tre sorelle. Della giovinezza di Sariputra e Mog-gallana, oltre al fatto di crescere spensierati e in mezzo alle ricchezze, e di superare di gran lunga in tutte le arti la nutrita schiera dei loro amici, viene tramandato un solo fatto che ha però cambiato radicalmente la loro vita. Durante una festa brahmanica in onore degli dèi preariani, celebrata sul monte Giriguha con diversi giorni di giochi e divertimenti, la mente dei due amici viene improvvisamente attraver-sata da una riflessione sconvolgente, e cioè che quella gente che lì rideva e si divertiva, nello spazio di cent'anni sarebbe tutta morta. "Che cosa c'è dunque da vedere qui? Dobbiamo cercare una dottrina di liberazione! ". Dal loro aspetto rattristato, capiscono di aver fatto la stessa riflessione e di doverne trarre l'unica, radicale conseguenza possibile: "Per uomini che cercano una dottrina di liberazione, non resta che una cosa: lasciare la propria casa e diventare monaci". Come già aveva fatto Gotama Sakyamuni, in seguito a questa considerazione lasciano il loro ambiente di vita con tutte le sue comodità e si pongono alla ricerca di un maestro adatto, che troveranno definitivamente, nella persona del Buddha, dopo alcuni vani tentativi, in una seconda conversione.
2. La conversione
Nei suoi tratti fondamentali, la leggenda racconta la conversione dei due amici in un modo quasi identico. Qui seguiamo soprattutto il racconto che si trova alla fine della biografia del Buddha nel Mahavagga. Diventati discepoli di un monaco itinerante di nome Sanjaya, dimorante a Rajagrha, Sariputra e Moggallana si scambiano una promessa: "chi dei due raggiungerà per primo al'Immortale" lo dirà all'altro. Sempre alla ricerca della conoscenza suprema, che Sanjaya sembrava incapace di poter offrire, un giorno Sariputra incontra uno dei primi compagni del Sublime, Assaji, in giro per la questua nelle strade di Rajagrha. Il monaco, raccolto ma rilassato, stuzzica la curiosità di Sariputra, spingendolo a fargli delle domande sul suo maestro e sul suo insegnamento. Dopo averlo seguito per un certo tempo ed es-sersi convinto che quel monaco, che gli appare così trasfigurato, ha trovato il sentiero dell'immortalità "per coloro che ne han-no bisogno", fra i due avviene una conver-sazione che è per Sariputra una vera rive-lazione: Assaji riconosce nel Buddha il suo maestro, ma si ritiene incapace di poter spiegare esaustivamente il suo insegnamento; afferma di essere da poco alla sua scuola, ma di voler comunque tentare di esporre brevemente almeno il contenuto fondamentale dell'insegnamento del Maestro; poi comunica a Sariputra i versi che, a motivo della loro forma levigata, sono ritenuti anche oggi il compendio essenziale dell'insegnamento del Buddha, il "credo di tutte le scuole e correnti buddhiste": "Delle cose condizionate Buddha ha spiegato la causa, e ha spiegato pure come esse periscono". Immediatamente, Sariputra comprende il significato di queste parole e "dalla passione e dall'impurità spunta in lui la libera conoscenza del Dhamma". Nel mondo fenomenico tutte le cose sono condizionate; quello che si forma deve anche necessaria-mente perire. Dietro le apparenze esiste una catena di rapporti di dipendenza che, una volta spezzata, apre la strada alla liberazione. Sariputra può dunque rispondere al monaco: " Se questo è veramente il Dhamma, allora tu hai raggiunto la strada, dove non esiste più il dolore, la condizione rimasta celata per molte centinaia di migliaia di epoche". Sariputra si precipita dal suo amico per farlo partecipe di questa scoperta che avrebbe cambiato profondamente la vita di entrambi. Moggallana già constata il cambiamento avvenuto in Sariputra e pensa che egli abbia trovato "l'Immortale". Sariputra gli ripete i versi di Assaji, dei quali anche l'amico coglie il senso. Così gli propone di scegliere il Buddha come nuovo maestro. Sariputra sente di avere degli obblighi nei riguardi di coloro che sono stati fino a quel momento, assieme a lui, discepoli del precedente maestro, Sanjaya. Afferma di volerli informare e sentire se anche loro vogliono seguire il nuovo maestro o restare con Sanjaya. Senza dubbio, i due amici rivestivano un ruolo di leader e di ispiratori nel gruppo dei discepoli di Sanjaya. Tutti i 250 monaci itineranti decidono di porsi alla scuola del Buddha, assieme a Sariputra e Moggallana. Quando comunicano la loro decisione a Sanjaya, questi offre loro la direzione della scuola, pur di poterli con-servare presso di sé. Ma neppure questa prestigiosa offerta basta a trattenere i discepoli dal rivolgersi al nuovo maestro. Tale è la delusione e il disappunto di Sanjaya che egli ha uno sbocco di sangue: "Caldo sangue sgorgò dalla sua bocca". "O monaci, questi due amici, Kolita e Upatissa, vengono a noi. Questa coppia di discepoli sarà la mia coppia dirigente, la mia splendida coppia". È questa la gioiosa esclamazione con cui il Sublime si rivolge alla comunità dei monaci di Rajagrha, quando vede sopraggiungere i due discepoli assieme alla folta schiera dei loro com-pagni. Dopo aver espresso al Maestro la loro più profonda venerazione, essi chiedono formalmente di essere accolti nella sua comunità. Il Sublime ve li introduce con l'antica formula: "Venite, monaci! Il Dhamma è stato ben appreso, incamminatevi sulla strada del Brahman, per porre definitivamente fine al dolore". Quest'accoglienza nell'Ordine è seguita, in quasi tutte le fonti, dal racconto dell'irritazione degli abitanti di Magadha di fronte alla rapida crescita dell'Ordine stesso. Essi esternano tutto il loro disprezzo e si lamentano che Gotama faccia loro dei padri e delle madri senza figli, e che di-strugga in tal modo le loro famiglie, dal momento che, "con i capelli incolti", i giovani lo seguono tanto numerosi. Essi scherniscono i monaci con un ritornello nel quale si chiede beffardamente chi il Buddha potrà ancora attirare a sé dopo la conversione dei discepoli di Sanjaya. Perplessi, i monaci riportano tutto al Maestro, il quale li tranquillizza e insegna loro le parole della risposta: "In verità, grandi eroi, grandi scopritori della verità, guida-no attraverso il vero Dhamma. Chi potreb-be essere geloso di un saggio, che conduce i suoi adepti attraverso il Dhamma?". Con questo appello alla comprensione da parte dei cittadini e con un'abile allusione alla vera dottrina, i discepoli pongono fine allo scontento di quegli abitanti e così finisce anche la storia della conversione di Sariputra.
3. Il risveglio alla santità
Il tirocinio spirituale alla scuola del Buddha permette a Sariputra di raggiungere la santità, l'ultimo stadio della perfezio-ne del discepolo, quindici giorni circa dopo la sua consacrazione a monaco. Sul Monte degli Avvoltoi, vicino a Rajagrha, il Maestro annuncia il suo messaggio della liberazione dalle catene delle impressioni sensibili e dei sentimenti al monaco itinerante Dighanakha, fautore della tesi del "non tutto mi piace". Durante la conversazione, Sariputra si tiene dietro al Buddha e gli fa vento per alleviargli il peso della calura. Penetrando il senso profondo di quel colloquio, "quasi mangiasse il riso cotto per un altro", Sariputra raggiunge la liberazione. Facendo il paragone con un passo del Mahavastu, colpisce il fatto che Sariputra raggiunga la santità solo dopo quindici giorni dall'inizio della sua vita di monaco, mentre il suo amico Moggallana dispone di forze magiche e dell'occhio penetrante della saggezza già dopo sette giorni. Come mai Sariputra, con tutta la profonda saggezza che gli viene unanimemente riconosciuta, ha bisogno di un tempo più lungo rispetto al suo amico per raggiungere l'ul-timo gradino della conoscenza? Già gli an-tichi commentatori si occupano di questo problema e spiegano la cosa proprio con riferimento alla profondità della sua pene-trazione spirituale. Il maggior tempo occorso a Sariputra per penetrare nell'ispirazione del Maestro diventa un inestimabile vantaggio per colui che, accanto al Perfetto, dovrà un giorno girare ala ruota della legge": "... lo si deve paragonare a un re, che è costretto a fare molti preparativi quando intraprende un viaggio, come ad esempio preparare gli elefanti e le carrozze. Al contrario, un povero può iniziare su-bito il viaggio, dato che egli non deve preparare alcunché".
4. La morte
La causa della morte di Sariputra è apparentemente una grave malattia. Egli è nato un po' prima del Buddha e lo precede anche nella morte, che avviene all'età di 80 anni circa. Riguardo all'ultima domanda rivolta da Sariputra al Maestro a proposito della sua (del Maestro) morte esiste un breve testo nel Mabasudassana Jatoka, che si fonda senza dubbio su materiale documentario antico. In connessione con il pen-siero della propria morte, lo stesso Buddha racconta la morte di Sariputra, men-tre si trova nel suo ultimo viaggio nel boschetto di Jeta: "Il monaco Sariputra, nato a Nalagama, è morto durante la luna piena del mese di Kattika nel luogo dove era na-to; e Maha-Moggallana è morto nella seconda metà dello stesso mese, quando la luna era in fase calante. Dato che ora i miei due principali discepoli sono morti, anch'io voglio morire a Kusinara>>. Si racconta, inoltre, che Cunda, il fratel-lo minore di Sariputra, è presente al mo-mento della sua morte a Nalagama e che è lui stesso a portare la triste notizia al Maestro nel monastero di Jetavana. Ma per non rattristare il Maestro con la triste notizia, si reca prima da Ananda con la cioto-la delle elemosine e i vestiti del defunto. Profondamente scossi, essi portano insieme la notizia al Buddha. Senza mostrare alcun segno di turbamento, il Maestro ascolta la notizia e, approfittando del dolore di Ananda, spiega ancora una volta il suo insegnamento sull'impermanenza di tutte le cose: "Come da un albero possente si stacca un grosso ramo, così ora Sariputra si è definiti-vamente staccato da questa grande e forte comunità di monaci... Perciò, o Ananda, siate voi stessi un'isola, un riparo; non cercate alcun rifugio esteriore; con la dottrina come vostra isola con la dottrina come vostro rifugio, non cercate alcun rifugio esteriore". Nel frattempo il Maestro ha appreso an-che la notizia della morte di Moggallana. Qualche tempo dopo ritorna, in una predica, sulla necessità della dissoluzione di tutto ciò che esiste e presenta questa legge fondamentale come l'ultimo insegnamento di questa coppia di discepoli. Senza dubbio, intende preparare la comunità alla sua morte, che avverrà in realtà alcuni mesi dopo, e si serve di queste tristi occasioni come esempi per suggerire un comportamento sensato. La testimonianza della morte dei due discepoli diventa così un modell per lo stesso Maestro, il cui ultimo pellegrinaggio è tutto costellato delle riflession qui espresse.
5. La venerazione delle sue reliquie
Nella relazione del pellegrino cinese, Fa-hsien, che ha visitato l'India fra il 399 e il 4l3 d.C., a proposito della venerazione di Sariputra, si legge: "Al termine della stagione delle piogge si celebra un festoso banchetto e i sacerdoti predicano la legge alle folle. Poi ci si reca allo stupa di Sariputra per offrire ogni sorta di incensi e di fiori. Per tutta la notte, ardono le lampade portate da diverse persone". A nove secoli di distanza dalla sua morte, Sariputra è dunque ancora venerato come il patrono della Legge e posto in rela-zione con la sua predicazione, come si può leggere del resto anche in altri testi. Nella Storia del buddhismo dello storico tibetano Taranatha si ricorda l'erezione di un monumento a Nalanda ad opera di Asoka, il quale celebra la saggezza del santo, equiparandola a quella dei primi cinquecento discepoli del Mahayana. In un altro passo, Sariputra viene presentato come uno dei grandi ispiratori che ha avuto un'influenza h2 decisiva sull'insegnamento della grande università mahayanica di Nalanda. Si tratta di un'allusione interessante, in quanto esprime la generale considerazione in cui è tenuto Sariputra come rappresen-tante dell'antica filosofia, nonostante le tensioni che hanno poi determinato uno svolgimento autonomo delle principali correnti delle scuole buddhiste. Anche in un'altra occasione, durante una visita a Kuginagara, Asoka può mani-festare la sua venerazione per le reliquie del primo e più famoso discepolo del Sublime. Il Divyavadana racconta come un monaco lo conduca allo stupa di Sariputra e come egli esalti i meriti del santo: "Egli fu un secondo maestro, un generale della Legge, quando il Buddha girava la ruota della Legge, egli fu senza dubbio il primo di tutti coloro che possiedono la saggezza". Poi Asoka venera il figlio di Sari e offre in dono una grossa somma di danaro, facendo poi lo stesso anche davanti agli stu-pa di Moggallana e di Kasyapa. Nel l85l, l'archeologo britannico Alexander Cunningham fa un'importantissi-ma scoperta archeologica. Trova nel cele-bre terzo stupa di Sanchi le reliquie di Sariputra e altri resti in uno stupa nei pressi di Satadhara. In questi tumuli funerari del tempo di Asoka (metà del III secolo a.C.), - appartenenti dunque alle più antiche costruzioni dell'India che siano giunte fino a noi -, vengono scoperte due urne in pietra arenaria con iscrizioni che permettono di poter affermare, senza ombra di dubbio, trattarsi delle urne contenenti le reliquie di Sariputra e Moggallana. Oltre ad alcune pietre preziose, vengono trovati anche frammenti delle ossa dei due santi. Questa sensazionale scoperta mostra che, ad oltre due secoli dalla loro morte, quando alcuni laici buddhisti ripongono in quelle urne le loro reliquie, il ricordo di queste due grandi figure del buddhismo è ancora intatto. La venerazione moderna di Sariputra è strettamente legata alla rinascita del buddhismo come religione mondiale. Dopo essere state esposte nel Victoria and Albert Museum di Londra, la Società Maha Bo-dhi, fondata nel l89l, chiede con insistenza che le reliquie vengano restituite all'India. Gli sconvolgimenti della prima guerra mondiale fanno passare in second'ordine la richiesta e solo nel l947 quelle gloriose reliquie potranno intraprendere il loro trionfale viaggio di ritorno in Asia. Dopo diverse tappe a Colombo, Calcutta, Rangoon, Nepal e Ladakh, dove vengono ono-rate con imponenti manifestazioni, nel l952 giungono finalmente a Sanchi, dove sono da allora venerate. Una parte delle reliquie si trova ora anche a Colombo e nella "Pagoda della pace mondiale" (Kaba Aye Zedi) costruita nei pressi di Rangoon, nel luogo dove è stato celebrato il VI Concilio buddhista.